Casca la terra…


Qualcuno l’ha già scritto: l’abusivismo in Italia non esiste.

Per due semplici, ovvi, quanto assurdi motivi:

  1. le DIA, i PdC, le lottizzazioni edilizie e gli altri strumenti di pianificazione e trasformazione del territorio vengono rilasciati e messi a punto dai Comuni, che “dovrebbero” assicurarsi non entrino in contrasto con i vincoli;
  2. “può capitare” poi che gli interventi vengano realizzati in difformità dai suddetti strumenti, ma ecco pronta la soluzione all’italiana: prima o poi verranno sanati da uno dei periodici condoni che i nostri governi tirano fuori a Natale o a Ferragosto.

E l’abusivismo, come per incanto, sparisce. Quei “pochi” ecomostri rimasti fuori da simili grazie, invece, per la stra(molto)grande maggioranza rimangono stoicamente in piedi. E chi si azzarda e riesce pure a buttarli giù, come si dice dalle nostre parti “ha pure il resto”.

E’ facile dire: piove, governo ladro. Ma al di là della banale retorica, è molto interessante cercare di capire dove stanno le responsabilità, quanto sono grandi, e se c’è la possibilità di migliorare le cose. E allora partiamo proprio dai condoni.

Un condono… è pev sempve

Così chiosava il “geniale” Tremonti parodiato dal Geniale Guzzanti.

Senza stare a riscrivere né inventarsi nulla, appare utile qui richiamare brevemente la vera e propria Storia dei Condoni Edilizi d’Italia, ben compendiata in questo articolo del Corriere della Sera risalente al 2003. L’elenco del Corriere va integrato con la successiva L. 326/2003 (art. 32) e ovviamente il recentissimo “piano casa”, definito da Travaglio un “condono preventivo”.

Se avrete la pazienza di leggere l’articolo del Corriere e di seguire l’intervento di Travaglio (sarà anche antipatico, ma obiettivamente è preparato), vi renderete facilmente conto di quanto sia sempre conveniente commettere abusi edilizi. A fronte di risibili ammende pecuniarie e facilmente aggirabili pene amministrative, il guadagno che c’è nel sanare un immobile realizzato in barba ai vincoli è sempre enorme.

Vediamo ora se questi famigerati “vincoli” siano davvero un insormontabile freno allo sviluppo.

“I vincoli sono assai”

Qualunque geologo, architetto, ingegnere, geometra che abbia avuto un minimo di esperienza dal punto di vista della progettazione, avrà pensato o detto che “i vincoli sul territorio sono davvero assai”. E’ vero, ma è pure sbagliato pensare che questo “assai” sia in sé negativo. I vincoli vigenti sul territorio sono davvero molti, come è normale che sia in un Paese a rischio sismico e idrogeologico e ricco di bellezze come il nostro. Ma dire che non permettano di fare più niente, che sono un ostacolo allo sviluppo, che violano la libertà e la proprietà privata individuale, e che perciò è normale che fiorisca l’abusivismo, appare francamente qualunquista, se non una vera e propria eresia.

A mio modesto parere – che deriva da una certa esperienza come “valutatore” di alcuni di questi vincoli per conto di Enti Locali – il problema sta essenzialmente nella “conoscenza”, nella reale consapevolezza da parte del cittadino che vuole effettuare un intervento edilizio, che questo può comunque essere realizzato, sebbene sussistano determinati vincoli, ma a certe condizioni. Non esiste il bianco o il nero, salvo alcuni casi, e in maniera ragionevole i legittimi desiderata del cittadino possono essere soddisfatti.

E allora dove sta il problema?

Da un lato sta nell’onestà del cittadino. Se questo vuole a tutti i costi realizzare un intero primo e secondo piano sulla casetta che gli è stata autorizzata, in barba alle norme edilizie, paesaggistiche e ambientali vigenti, allora la chiudiamo lì, non ci sono margini di discussione: è un comportamento illegale, autenticamente abusivo.

Dall’altro lato sta nell’onestà e nella preparazione del professionista incaricato della progettazione o della consulenza sulla vincolistica. Qui le cose si fanno un po’ più complesse. Costui, se è a conoscenza dei vincoli vigenti, potrà tenerne conto e realizzare una progettazione che li rispetti, come pure fregarsene altamente e sperare che il soggetto tenuto a rilasciare autorizzazioni e/o controllare non se ne “accorga” o peggio si sottragga al proprio dovere. Ma (mi piace pensare) accade più spesso che il professionista sia del tutto (o quasi) impreparato a inquadrare l’intervento per il quale è stato incaricato nell’ambito dei vincoli esistenti.

E’ dunque un problema di aggiornamento? Non solo. Penso sia innanzitutto un problema di atteggiamento mentale. Se un chirurgo non si tiene costantemente informato circa le nuove tecniche di intervento operatorio, va “fuori mercato”, è finito, non può continuare a esercitare, perché ne va della vita della gente. E allora perché non dovrebbe essere lo stesso per un geologo o un ingegnere? Perché capita così spesso di vedere relazioni geologiche o progetti esecutivi di opere così antiquati come impostazione, per non parlare della pressoché totale carenza della verifica riguardo la vincolistica? Mettete le due cose assieme, e accadono i disastri che sono anche storia recente…

Tertium non datur?

C’è un terzo, importante attore che condivide col cittadino e il professionista le responsabilità del buon utilizzo del territorio: è l’Ente Locale.

Regioni, Province e Comuni hanno un ruolo fondamentale e enormi responsabilità in capo all’emanazione di leggi, regolamenti, pianificazione, vincolistica, come pure riguardo le attività di controllo e autorizzazione degli interventi.

E questo è vissuto da essi stessi come un enorme problema. Spesso, molto spesso, questi soggetti sono carenti proprio nella valutazione e controllo del rispetto dei vincoli. Sostanzialmente per gli stessi identici motivi di cittadini e professionisti: consapevolezza, aggiornamento e atteggiamento mentale.

Per sottolineare il livello di collusione di Governi, Regioni e Comuni con le lobby edilizie e i cattivi progettisti, voglio ancora caldamente invitarvi a guardare due recenti programmi mandati in onda su Rai 3.

Il primo è la puntata del 13/09/2009 di Presa Diretta Terremoto”, dedicata al disastro de L’Aquila ma soprattutto a come le norme di costruzione antisismica, in regioni come la Calabria nella quale si attende il “big one”, siano bellamente aggirate da norme regionali. Terrificante.

Nella puntata del 11/09/2009 intitolata “La via del mattone”, Report mette in evidenza come in Italia le norme edilizie siano assurdamente farraginose e costose per il cittadino, che “esasperato” ne combina di tutti i colori. A Monaco di Baviera invece – dove il regolamento edilizio è costituito da 2 fogli di carta – il Comune se ne frega se hai 1 o 4 bagni, 12 stanze, la mansarda o vuoi dividere l’appartamento in due, l’unico vincolo è avere un congruo numero di posti auto in funzione della superficie e non modificare l’esterno dell’edificio. Esiste lì l’abusivismo? Non ce n’è bisogno. Si parla poi di Afragola. Brividi.

“Vieni a ballare in Puglia”

Al di là delle solite note retoriche di carattere generale (dalle quali però non ci si può esimere), vorrei fare qualche considerazione su ciò che accade nella nostra amata Regione.

Rimaniamo sulla questione rischio idrogeologico, visto quanto accaduto di recente in Sicilia e soprattutto in vista dell’imminente “stagione delle piogge”. Per esperienza diretta, tutti gli abitanti dei medi e grandi centri urbani pugliesi sono a conoscenza di come piogge torrenziali, seppur brevi, riescano a mandare in tilt città come Bari e Lecce, e spesso ci scappa pure il morto.

E’ passata piuttosto in sordina la notizia che il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche di Roma, con la sentenza n. 128/2009 del 06/07/2009, ha annullato i vincoli del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) dell’Autorità di Bacino regionale in alcuni Comuni pugliesi. Grazie alla gentilezza di un collega sono riuscito a procurarmi il testo della sentenza, che va letta con attenzione per comprendere la successione dei fatti e valutarne la reale portata, soprattutto “nei limiti di cui in motivazione”.

Come sappiamo, il PAI pone dei vincoli di assoluta inedificabilità sul territorio nelle zone classificate ad alta pericolosità di alluvionamento e di franamento. Rendo disponibile la cartografia del PAI aggiornata al 02/09/2009, e località abitate e confini comunali in formato KMZ, visionabili con Google Earth.

Il TSAP, accogliendo il ricorso congiunto di parecchi Comuni del Leccese, del Comune di Maruggio e di alcuni privati della frazione di Carbonara di Bari, di fatto lascia questi territori senza alcun tipo di vincolo che li tutelerebbe (purtroppo solo sulla carta) dal rischio di finire sott’acqua con piogge un tantino più insistenti del normale.

In breve, cosa sancisce la sentenza? Pare le perimetrazioni del PAI siano state individuate senza coinvolgere a sufficienza i Comuni, che conseguentemente le hanno impugnate poichè andavano a impedire l’edificazione in zone pregiate dei rispettivi PRG. A questo punto la considerazione da fare è: possono le ragioni di pubblica incolumità soccombere in favore di quelle dettate da interessi economici? A quanto pare si, come lo stesso Franko ha sagacemente sottolineato sul suo blog accada anche nel suo amatodiato “paesello”.

Ciò che lascia fortemente perplessi (per usare un eufemismo) è infatti come molti Comuni, tra i quali quelli protagonisti della sentenza, considerino come grandi vittorie le deperimetrazioni “a prescindere” – in questo caso l’annullamento – dei vincoli del PAI. Possibile che vedano il rischio di alluvionamento solo ed esclusivamente come un danno economico? Possibile non si rendano conto del pericolo che possono correre i propri cittadini?

Ci sono altre due questioni sollevate dalla sentenza sulle quali è utile soffermarsi. La prima è che il TSAP ha valutato come non congruenti i criteri adottati dall’AdB per perimetrare le aree a rischio nel Leccese, poichè da intendersi validi solo per i bacini pilota dei fiumi Lato e Lenne (vedi Relazione di Piano). Il che lascia presuppore che tali criteri sarebbero impugnabili anche da altri Comuni.

Nella seconda il TSAP ribadisce come la sentenza della Corte Costituzionale n. 85/1990 abbia negato il valore che hanno i Piani di Bacino come strumenti urbanistici (cosa che francamente non si evince leggendo la stessa sentenza) e dunque sovraordinati alla pianificazione di livello provinciale e comunale, arrivando a dichiarare illegittimo l’art. 9 della L.R. 19/2002 istitutiva dell’AdB, “laddove attribuisce ai piani di bacino valore di Piani Territoriali di Settore“. Stando così le cose la pianificazione a scala di bacino perderebbe gran parte della sua funzione. Se ogni Provincia, o peggio ogni Comune, avesse la libertà e facoltà di classificare il proprio territorio dal punto di vista dei rischi naturali, il nostro Paese sarebbe paragonabile al deserto del Gobi: potremmo costruire ovunque, tanto non ci piove mai.

Cosa avrebbero potuto fare allora i Comuni? Semplice: chiedere chiarimenti all’AdB riguardo i criteri di valutazione dei rischi nel proprio territorio e trovare un compromesso tra PAI e PRG, magari rivedendo i criteri stessi. Cosa che peraltro già in altri casi è stata fatta, basta andare a rivedere le riperimetrazioni effettuate dall’Autorità di Bacino da quando il PAI è stato adottato.

Del resto, pianificare è partecipazione

Come sappiamo, il PAI pone dei vincoli di assoluta inedificabilità sul territorio nelle zone classificate ad alta pericolosità di alluvionamento e di franamento. Rendo disponibile la cartografia del PAI pugliese aggiornata al 07/08/2009 in formato kmz, visionabile sia con Google Earth che con Google Map.
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5 thoughts on “Casca la terra…

  1. Pingback: Dissesto idrogeologico: le parole che non ti ho detto « Un blog di "Alternativa Geologica"

  2. in sostanza saranno i Comuni a dettare i vincoli. e dinanzi ad una tragedia, la colpa sarà dell’eccezzionalità dell’evento!
    il trionfo dei coccodrilli italiani.
    grazie tante per la risposta. buon blogging

  3. Non riesco a capire cosa cambia con questa sentenza, visto che mi sembra, l’AdB ha continuato a fare nuove ri-perimetrazioni…

    Fino a quando altri comuni impugneranno le rispettive perimetrazioni, che valore ha il piano stralcio? può essere ignorato?

    • Quello che cambia con questa sentenza è innanzitutto il totale annullamento dei vincoli del PAI nel territorio dei Comuni ricorrenti.

      L’AdB fa il suo dovere: perimetrare le aree a rischio idrogeologico, di concerto con i Comuni. Se poi alcuni di questi si sentono lesi nei loro diritti riguardo la pianificazione che loro compete (PUE, PRG, lottizzazioni, ecc.) allora nascono i problemi.

      L’AdB procede a riperimetrazioni se ne ravvisa le necessità. E questo avverrà costantemente, visto che il territorio muta di continuo, soprattutto in ambito urbano.

      Ciò che va senza dubbio sottolineato è la necessità di favorire sempre l’interlocuzione, cosa che sembra essere mancata secondo il TSAP da parte dell’AdB nei confronti di questi Comuni.

      Faccio notare a tale proposito una sibillina frase della sentenza che ribadisce come “Restano savi e riservati gli ulteriori provvedimenti dell’Autorità di Bacino della Puglia”. Come a dire: questi vincoli li annullo, ma ci si auspica una riperimetrazione condivisa.

      Chiedi poi giustamente che valore ha il piano stralcio finchè ci saranno Comuni che ricorreranno contro. Non certamente di carattere prescrittivo. Anche perchè il TSAP ha basato la sentenza in forza di una precedente della Corte Costituzionale che – come ho già citato nell’articolo – ha negato il valore che hanno i Piani di Bacino come strumenti urbanistici. Quindi un Comune può bellamente ignorarne i vincoli, se lo ritiene.

      Per concludere, potrà sembrare banale ma ciò che dovrebbe prevalere è sempre il buon senso: un’AdB che non cala i vincoli dall’alto come una mannaia da un lato, i Comuni che non devono minimizzare i rischi per la pubblica incolumità dall’altro.

      Poi arriva l’inverno e scorrono le lacrime di coccodrillo…

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