Chi ha paura dell’acqua privata?


Io, per primo. Ma qualche giorno fa, la lettura di un articolo su il Post mi ha fatto riflettere parecchio su alcune questioni.

Il Comitato Promotore dei Referendum per l’acqua pubblica ha consegnato in Corte di Cassazione oltre un milione e quattrocentomila firme, record assoluto nella storia della Repubblica. Ma è presto per cantare vittoria. Nel nostro amato Paese infatti, negli ultimi 15 anni non un solo referendum è riuscito a raggiungere il quorum del 50% necessario per essere valido. E c’è chi da un lato afferma velleitariamente sia meglio abolire l’istituto stesso del referendum, dall’altro chi chiede la soppressione del quorum per la sua validità.

L’obiettivo dei referendum è, come molti credo sappiano, la ripubblicizzazione dell’acqua mediante l’abrogazione di alcune norme già in vigore. Visto che spesso i quesiti referendari non sono proprio chiarissimi, se avete bisogno di comprenderne il senso e la portata, io mi esimerò dal farlo ma vi invito a leggere questo breve articolo grazie al quale troverete soddisfazione.

Come antagonista al comitato promotore, si è già costituito il comitato del NO al referendum, al quale aderiscono soggetti (politici e non) tra i più vari. La motivazione più diffusa tra coloro che difendono il c.d. Decreto Ronchi, che di fatto ha introdotto la “possibilità” di privatizzazione dei servizi idrici, c’è la banale equazione gestione privata = maggiore efficienza. Ora, se fossimo in un “paese normale” probabilmente potrebbe essere vero: pago un pò di più per ottenere un servizio migliore ed efficiente.

Ma siamo in Italia, un paese se non proprio anormale, quanto meno anomalo. Proprio grazie al Decreto Ronchi, in molti Comuni e Province (meglio parlare di ATO, perchè sono i soggetti individuati per la gestione del servizio idrico integrato) la privatizzazione è già partita, e non si è rivelata propriamente un modello da seguire. Sono infatti molti i casi negativi come ad Aprilia, a Latina, nella Provincia di Agrigento o in altri contesti. La trasmissione di Rai 3 Presa Diretta ha infatti dedicato lo scorso 7 febbraio la puntata “Acqua rubata” proprio a queste vicende di cattiva gestione da parte dei privati. Assolutamente inquietante.

Anche quando si tratta di servizi di primaria necessità, molti privati chiamati a gestirli soccombono alla logica e alla forza del profitto, giocando sul fatto che la gente non ne possa fare a meno e per di più non abbia la possibilità di scegliere liberamente a chi affidarsi, perchè il soggetto gestisce la rete di distribuzione, che è unica. Diverso è invece per l’energia elettrica o la telefonia fissa, per le quali possiamo scegliere il fornitore, ma la rete di distribuzione rimane la stessa. Là c’è vera concorrenza, tutta a vantaggio dell’utente che potrà scegliere in base all’offerta più vantaggiosa, e anche più volte in funzione di come esse mutano. Insomma, il presupposto addotto dai sostenitori del privato, che affermano l’acqua rimanga un bene pubblico pur dando in gestione aperta i servizi, cade miseramente guardando i risultati ottenuti. Non è qualunquismo, ma la dura realtà.

Ma è davvero fondato il pericolo di privatizzazione?

A me piace però raccogliere tutti gli elementi utili per una riflessione critica e aperta sui problemi, e non la banale difesa di una posizione. E perciò voglio riportare un interessante articolo de Lavoce.info nel quale Antonio Massarutto, docente di economia pubblica all’Università di Udine ed esperto di organizzazione dei servizi pubblici, cerca di fare luce su ciò che di fatto prevede il Decreto Ronchi. Esso punta all’adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica. In effetti la normativa europea prevede un cambiamento nella procedura per l’affidamento, che da diretto (com’è ora, ad enti pubblici) deve essere effettuato con gara d’appalto. “Anche la tanto esecrata norma che prevede la discesa dell’azionista pubblico sotto il 30 per cento è stata mal compresa: non si tratta di un obbligo, infatti, ma solo della condizione per conservare l’affidamento diretto” afferma Lavoce.info. In sostanza, la gara pubblica la può benissimo vincere un ente pubblico, concorrendo alla pari con quelli privati o misti. Qui sotto l’intervento di Massarutto a TG3 Linea Notte, che riassume le sue interessanti osservazioni.

Detto questo, io comunque rimango fermamente convinto che la via del privato sia lastricata di buone intenzioni (ovvero ottenere un servizio migliore e un più efficiente investimento delle risorse) ma conduca inesorabilmente all’inferno (il privato ha come principale obiettivo massimizzare i profitti, a scapito della qualità). E prego chiunque di smentirmi con esempi reali, perchè quelli che conosco io sono solo negativi.

La Puglia, “laboratorio” anche per l’acqua?

Ed ecco che a mio avviso proprio qui in Puglia avremmo l’occasione per dimostrare concretamente quanto possa invece essere affidabile e credibile l’equazione gestione pubblica = efficienza e garanzia, perché un bene fondamentale come l’acqua non può essere una merce dalla quale ricavare profitto, ma un diritto per tutti, pur garantito da una giusta tariffa. L’Acquedotto Pugliese – uno dei più grandi al mondo – è dal 2002 gestore del Servizio Idrico Integrato dell’ATO Puglia. Nato nel 1919, rimane Ente autonomo di diritto pubblico fino al 1999, quando viene trasformato dal Governo D’Alema in SpA di totale proprietà del Ministero del Tesoro. Nel 2002 il secondo Governo Berlusconi cede gratuitamente alle Regioni Puglia e Basilicata l’intero pacchetto azionario. Ad oggi dunque l’AQP è una Società per Azioni, forma che – sebbene a totale partecipazione della Regione Puglia – la espone al “pericolo” di privatizzazione. Pericolo al quale è finora scampata, nonostante vi siano stati momenti durante i quali grossi gruppi imprenditoriali stavano lavorando alla sua “conquista”, in un inquietante scenario à la Risiko. Se poi ci mettiamo anche alcune scellerate operazioni finanziarie fatte nel 2004 dall’allora Presidente pugliese Raffaele Fitto, che espone proprio l’AQP a un potenziale rischio di fallimento, allora il quadro diventa davvero drammatico.

Il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, durante il suo primo mandato era incappato in un increscioso incidente politico, che aveva avuto come protagonista Riccardo Petrella, chiamato dallo stesso Vendola alla guida dell’AQP. A fine 2006, dopo neanche un anno dal suo insediamento, Petrella aveva rassegnato le dimissioni in aperta polemica col Presidente, accusato di non voler procedere alla trasformazione dell’AQP in ente pubblico, condizione considerata indispensabile (a mio avviso a ragione) per evitare derive privatistiche. A questo link la lettera con la quale l’ex Amministratore motivava la sua decisione e una raccolta di articoli che riassume l’incresciosa vicenda.

La successiva nomina di Ivo Monteforte alla guida dell’AQP sembra poi abbia avviato concretamente un cambiamento nella gestione della Società. Il 4 febbraio scorso la Giunta Regionale ha mostrato di aver cambiato idea, approvando il Disegno di Legge n. 7 “Governo e gestione del Servizio Idrico Integrato. Costituzione dell’azienda pubblica regionale ‘Acquedotto pugliese – AQP'”, il cui testo trovate qui sotto, messo a punto da un tavolo tecnico congiunto (Regione Puglia, Comitato pugliese e Forum italiano dei Movimenti per l’acqua) e successivamente integrato il 10 febbraio.

Disse l’acqua alla pietra: “ci vuole tempo ma il buco te lo farò…”

Ma bisogna anche essere realisti, e non nascondere problemi che lo stesso AQP vive da decenni. Primo fra tutti quello delle perdite della rete di distribuzione, che secondo alcuni studi si attesta attorno al 50%. Non che le percentuali di altre regioni o anche Stati europei siano molto migliori, ma di certo non c’è da esserne orgogliosi. Purtroppo la rete di distribuzione dell’AQP è la più estesa d’Europa, e pianificare interventi volti a risanarla appare impresa titanica. Ma da qualcosa bisogna comunque iniziare, e Monteforte – da poco riconfermato Amministratore Unico – dichiara di aver ridotto le perdite addirittura al 35%.

Insomma, i presupposti affinchè la Puglia possa diventare un esempio di buona amministrazione dei servizi idrici ci sono tutti. Vendola a questo punto deve continuare sulla strada che ha intrapreso, facendo tesoro degli errori e dei conflitti nei quali si è imbattuto. L’AQP è un bene comune, con decenni di esperienza, come lo è ciò che esso gestisce: l’acqua. Speriamo rimanga tale, ovvero comune, ma che si dimostri anche e soprattutto un’azienda capace di migliorare e scrollarsi di dosso la polvere e l’inerzia che si sono stratificate nel corso di decenni, riscattando la sua natura di “ente pubblico” capace di saper ottemperare la propria missione.

In ultimo, per rimanere costantemente aggiornati sulla delicata questione acqua bene comune, vi invito caldamente a tenere sott’occhio la pagina ad essa dedicata di ATTAC Italia.

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