Vieni a cavare in Puglia…


La trasmissione Report del 3 aprile scorso ha dedicato un approfondito reportage – dal titolo “La banda del buco” – al business delle attività estrattive in Italia, moltissime ombre e quasi nessuna luce, salvo che per i cavatori stessi.

La situazione, da nord a sud, è davvero drammatica, perchè la normativa su cave e torbiere a livello nazionale risale al Regio Decreto n.1447 del 1927 e le Regioni da sempre agiscono (o non agiscono affatto) in maniera assolutamente autonoma. Nello stralcio video della trasmissione che ripropongo qui sotto, vengono riassunte le impressionanti cifre che girano attorno alle attività estrattive:

  • In tutta Italia 6.000 sono le cave attive e 8.000 quelle dismesse (che andrebbero recuperate).
  • Solo in media 4% del prezzo di vendita del materiale estratto va agli enti locali, ovvero a fronte di 1 miliardo e 750 milioni di euro di ricavi, appena 53 milioni incassano i Comuni.
  • In 5 Regioni su 20 si “cava gratis”, tra queste la Puglia, nella quale il volume d’affari è di 312 milioni di euro.

Le cose stanno per cambiare (?)

Ma proprio in Puglia, la situazione in parte cambierà. E’ attualmente in discussione nelle Commissioni Consiliari IV e V regionali il DdL n. 6 del 08/03/2011 “Nuova disciplina generale in materia di attività estrattive“, che assieme al Piano Regionale delle Attività Estrattive (PRAE) – approvato a fine 2009 – dovrebbe finalmente regolamentare l’intero settore, che sebbene fondamentale nell’economia della nostra Regione, presenta pesanti risvolti dal punto di vista ambientale (impatto paesaggistico e ambientale, mancato recupero delle cave, smaltimento abusivo di rifiuti).

Il disegno di legge vieta l’apertura di nuove cave nelle aree protette naturali sia nazionali che regionali, nei siti Natura 2000, nelle Important Bird Areas (IBA) nei corsi d’acqua e nel demanio fluviale e lacuale (a differenza della L.R. 37/1985), nelle aree escluse dal PPTR e dal PAI.

Il rilascio dell’autorizzazione unica per l’esercizio dell’attività estrattiva è demandata esclusivamente alle Province. Per quanto riguarda gli oneri finanziari a carico dei titolari dell’autorizzazione, ovvero la possibilità finalmente anche per gli enti locali pugliesi di ottenere una sorta di compensazione economica per gli ingenti danni derivanti dall’attività estrattiva, l’art. 9 demanda a un apposito provvedimento per la loro determinazione, in relazione alla quantità e alla tipologia dei materiali estratti nell’anno precedente, e sentite le associazioni di categoria. Si spera che tali oneri saranno ben superiori a quel misero 4% medio attuale, in rapporto ai ricavi.

Nota importante dal punto di vista professionale per noi geologi è che l’art. 14 impone una completa e approfondita relazione geologica a corredo del progetto di coltivazione.

Lo stato del settore estrattivo in Puglia

Il Servizio regionale attività estrattive pubblica rapporti annuali sullo stato del settore in Puglia, quello relativo al 2009 evidenzia i seguenti dati dimensionali per quanto riguarda le cave in esercizio, quelle inattive e la relativa estensione in ettari.

Provincia Attive Inattive Tot. autorizzate Estensione (ha)
BA 51 32 83 685,95
BAT 37 36 73 270,54
BR 28 11 39 393,41
FG 53 34 87 755,67
LE 63 36 99 738,08
TA 45 14 59 1.052,36
TOTALE 277 163 440 3.896,01

Riguardo la situazione economica nella quale versa il settore estrattivo, le figure seguenti – tratte direttamente dal Rapporto 2009 – evidenziano una netta flessione negativa nei ricavi lordi dal 2008 al 2009, e per il 2009 il confronto ricavi-costi-utili mostra un margine scarsissimo di guadagno – circa il 6,5% al lordo delle imposte – con addirittura un deficit per la BAT. Il Servizio attività estrattive espone anche dati geografici riguardanti la localizzazione delle cave in Puglia, consultabili mediante un webgis.

Evoluzione del fatturato dichiarato nellattività estrattiva in Puglia

Confronto ricavi-costi-utili per il 2009 per Provincia

E il recupero?

Manca totalmente però, nel rapporto, un capitolo dedicato allo stato di fatto riguardo il recupero finale delle 163 cave inattive, per il quale la normativa (anche quella attualmente in vigore L.R. 37/1985) prevede debba essere presentato uno specifico progetto e relativa fidejussione all’atto della presentazione dell’istanza di sfruttamento. Ricordo che il FESR 2007/2013, proprio per incentivare (per non dire avviare) il recupero delle cave dismesse, prevede l’Azione 2.3.4 – “Risanamento e riutilizzo ecosostenibile delle aree estrattive” sulle cui risorse di 10 milioni di euro è stato emanato lo scorso anno un bando per il quale è stata stilata a gennaio scorso la graduatoria provvisoria. Si tratta di 19 interventi per altrettante aree di proprietà pubblica, dunque già acquisite dai Comuni. Poco più del 10% delle cave attualmente esaurite e inattive.

E il futuro?

Insomma il settore estrattivo in Puglia sembra fortemente in crisi, affatto immune dalle conseguenze dovute alla più ampia e generale recessione economica. E certamente quel 6,5% di utili (peraltro lordi) sul fatturato totale di 153 milioni di euro per il 2009 dichiarati dai cavatori, non sembra poter giustificare la prosecuzione degli enormi investimenti che questo tipo di attività richiede.

La stessa Regione Puglia ha comunque avviato una iniziativa di rilancio dell’economia estrattiva con il progetto Pietre di Puglia, che prevede la costituzione di un osservatorio della domanda di materiale lapideo e un disciplinare per l’uso da parte dei cavatori del relativo marchio.

Basterà un logo a risolvere la situazione, o forse non è arrivato il momento di accettare il fatto che spingere ancora ed esclusivamente sul mero sfruttamento della risorsa lapidea sia di fatto non conveniente economicamente e ambientalmente?

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4 thoughts on “Vieni a cavare in Puglia…

  1. Legambiente ha pubblicato in questi giorni il “Rapporto Cave 2011, i numeri, il quadro normativo, il punto sull’impatto economico e ambientale dell’attività estrattiva nel territorio italiano” scaricabile dal sito web della sezione pugliese dell’associazione, assieme al comunicato stampa con il quale vengono messe in evidenza le criticità del settore nella nostra Regione.
    Immediata è stata la risposta del presidente del Distretto Lapideo pugliese Marco Ielli, sempre tramite comunicato stampa, che ha aspramente criticato la presentazione del rapporto da parte di Tarantini.
    Certamente la situazione del settore lapideo in Puglia è drammatica, non solo sotto il punto di vista economico, ma anche ambientale. E purtroppo la recente decisione della Regione di introdurre finalmente delle tariffe sull’estrazione del materiale, da un lato risulta ampiamente insufficiente a ripagare la comunità dei danni ambientali, dall’altro (secondo proprio i cavatori) darebbe il colpo di grazia a un settore già in ginocchio.

    • Gli operatori del settore hanno risposto ai dati contenuti nel dossier in modo molto irritato e disarticolato. Gli elementi contenuti nel dossier mettono nero su bianco le incongruenze di una tariffazione tanto iniqua quanto fantasiosa (l’unica in Italia) che commisura la tariffazione alla superficie piuttosto che ai volumi. I canoni, inoltre, sono veramente irrisori poiché rimangono nell’ordine di 200-300 euro ad ettaro/anno. I cavatori si trincerano dietro la falsa idea che nelle altre regioni si paga perchè vengono concessi dallo stato fondi di proprietà demaniale. In realtà non è così: i canoni (proporzionali ai volumi) sono dovuti indipendentemente se si tratta di suoli privati o pubblici di concessione demaniale. La discussione andrebbe anche estesa al campo culturale perché in un settore ad alta incidenza ambientale non vi è ancora oggi una scuola che formi professionalmte gli operatori.
      Basti dire che alcuni imprenditori continuano ad estrarre ancora sotto il livello della idrica.
      La Puglia ha dato molto in termini di risorse non rinnovabili agli imprenditori del lapideo ma in tutto il territorio pugliese oltre a non eserci una scuola di formazione manca un museo del settore da cui si evinca l’evoluzione delle tecniche di estrazione dal ‘mulo’ e lo scalpello ai caterpillar ed ai dischi diamantati. Anche questa una grave ‘lacuna’, purtroppo non solo stratigrafica.

  2. Mi inserisco nella discussione dopo aver partecipato all’incontro sul nuovo Disegno di Legge e sull’argomento ‘tariffe’ che costituisce il nodo centrale della normativa in arrivo.
    Sembra assurdo ma in Puglia siamo ancora all’età della pietra poiché a fronte del consumo definitivo di risorse ‘non rinnovabili’ non viene corrisposto alcun canone commisurato al quantitativo consumato a titolo di risarcmento per la collettività.
    E’ paradossale che la Regione Puglia preveda la tariffazione per il consumo di un bene rinnovabile come l’acqua, ma non per le non rinnovabili come le rocce.
    In Italia vi sono solo altre 4 regioni insieme alla Puglia che consentono l’escavazione gratuita: Sicilia, Basilicata, Sardegna, Calabria.
    Quindi si tratta di colmare un ritardo di civiltà che riaffermi definitivamente che alcuni beni naturali sono patrimonio della collettività. E’ evidente che concretamente ciò non si verifica poiché il cavatore dispone quasi a suo piacimento delle rocce presenti nel sottosuolo; tuttavia, sarebbe socialmente più corretto che, a fronte del consumo definitivo di risorse, a titolo di risarcimento del danno, dovrà essere corrisposto un indennizzo che opportunamente dovrà essere destinato al risanamento del danno ambientale. I proventi della tariffazione potrebbero essere suddivisi tra Regione e Comuni per essere destinati al potenziamento dell’Ufficio Minerario Regionale; alla promozione di attività culturali afferenti il settore; al risanamento delle strade rotte dal passaggio dei mezzi pesanti e così via.
    Nella discussione di ieri, dopo aver sentito gli imprenditori che più volte hanno affermato il record positivo della Puglia che si pone al secondo posto in Italia per ciò che concerne i quantitativi estratti, mi sono sentito in dovere di far notare che, purtroppo, siamo una Regione che non forma culturalmente nessun operatore, né come tecnico dell’estrazione; né come tecnico di lavorazione dei materiali lapidei nelle segherie; né come operatore commericale per l’import e l’export. In pratica non abbiamo neanche un Istituto Tecnico o Professionale per le attività minerarie. A Trani, ‘Città della Pietra’, mancano solo ‘gli antenati’ (‘ I FLINSTONES’), visto che il mestiere si impara sperimentalmente da qualcuno della famiglia e si tramanda di generazione in generazione.
    Non c’é inoltre, neanche in tutta la Regione, un museo della pietra e delle cave che affermi, storicamente e culturalmente, l’evoluzione del settore.
    In altri termini da decenni, gli imprenditori hanno ‘preso’ e mai ‘dato’.
    Allego le osservazioni che la legambiente ha presentato al DDL facendo notare che la tariffazione basata sulla superficie di cava e non sui volumi dei materiali lapidei estratti è iniqua. La Puglia sarebbe l’unica regione ad adoperare questo criterio che applicando tariffe minime consentirebbe a molti imprenditore di continuare a ‘s-cavare’ quasi gratis.

    _________________________________________
    Osservazioni al DDL Art. 22 L.R. 19/2010. Calcolo della tariffa per le attività estrattive e criteri per la ripartizione delle risorse introitate dalla Regione.

    Legambiente in riferimento all’art. 22 della L.r. 19/2010, inerente il calcolo della tariffa per le attività estrattive e i criteri per la ripartizione delle risorse introitate dalla regione Puglia considera e osserva quanto segue:

    1. Come specificato nel DDL in questione è la Giunta Regionale che “stabilisce con proprio atto i criteri per la determinazione degli oneri finanziari a carico dei titolari dell’autorizzazione”. Qui come nelle numerose altre situazioni in Italia (cfr L.R. n.17 del 1991 Regione Emilia-Romagna 4 bis. La Regione rilascia l’autorizzazione di cui al comma 4 sulla base di apposito disciplinare che determina anche l’ammontare dei proventi dovuti, commisurati alle quantità e qualità del materiale escavato, in conformità alle tariffe stabilite a norma dell’articolo 12, comma 2.…) è doveroso precisare che i canoni di concessione richiesti devono essere “in relazione alla quantità ed alla tipologia dei materiali estratti nell’anno precedente”, in modo da poter chiaramente quantificare le estrazioni e distinguere tra i vari tipi di materiale che hanno un mercato ed un valore ambientale notevolmente differente (pietre ornamentali, calcare, inerti etc…). Questo viene specificato nell’allegato del suddetto DDL ma essendo la tariffa applicata in base alla superficie di cava le differenze tra i vari tipi di materiale sono da ritenere totalmente inique.

    2. Proprio l’iniquità della tariffa proposta è evidenziata dallo stesso DDL quando si legge “questa soluzione è stata privilegiata sia perché semplifica la procedura di calcolo, sia perché riduce l’onere a carico dei cavatori.” Il DDL prosegue poi sostenendo che solo in una fase successiva verranno stabiliti i criteri con i quali suddividere le entrate tra Regione, Province e Comuni perché al momento è impossibile quantificare le stesse entrate, smentendo quanto in precedenza affermato sulla semplificazione della procedura di calcolo. In altre Regioni, proprio perché i canoni sono in base ai volumi estratti, la ripartizione è molto semplice. Ad esempio in Piemonte (L.R. 14 del 2006) il 70% degli introiti sono destinati al Comune (che utilizzerà la somma per opere di recupero e di riqualificazione ambientale derivate dall’usura di strade, inquinamento etc…, mentre al privato in possesso di concessione rimane l’onere del ripristino del sito) ed il rimanente 30% alla Regione.

    3. Sulle premialità va ricordato che al momento la Regione Puglia è l’unica a prevederle, proprio perché in alcuni casi i bonus proposti richiedono azioni già obbligatorie. Ad esempio: al punto c si legge “5% ove la ditta abbia presentato un progetto di recupero coerente con la programmazione regionale” E’ la stessa Legge Regionale Puglia n. 37 del 1985 a rendere obbligatorio questo requisito; oppure al punto e “5% ove la ditta adotti criteri di lavorazione che rispettino tutte le norme in materia di sicurezza sul posto di lavoro” ci sembra quanto mai scontato che le ditte in questione debbano adottare tutti i sistemi di sicurezza e garantire l’incolumità degli addetti ai lavori! Addirittura nel punto f si premia con un 10% di sconto le aziende che fanno parte di un consorzio finalizzato all’attività di commercializzazione; potremmo fare un paragone dicendo che è come se si riducessero gli oneri di urbanizzazione a una impresa che ha anche un’agenzia immobiliare!
    Sempre sul tema delle premialità sembra assurda la possibilità di cumulare tutti questi
    sconti, arrivando ipoteticamente ad abbattere il canone richiesto del 45%!

    4. Per quanto riguarda i valori proposti per i canoni è, quello della tassazione in base alla superficie, un metodo superato e non più applicato da nessuna Regione in Italia. Inoltre, con i canoni proposti, una ditta, per i calcari da inerti, pagherebbe 250 euro/ha quale che sia la profondità sino alla soglia dei 50 m, oltre i quali si aggiunge il 30% (o 20% a seconda del materiale cavato). Il che significa che comunque pagherebbe 325/ha e tale valore non crescerebbe al crescere del materiale estratto.

    5. Il contesto nazionale nel quale viene proposto questo tipo di tariffazione è totalmente in controtendenza vista la recente risoluzione del 15/03/2011 della Regione Emilia-Romagna che porterà la stessa ad aumentare i canoni di concessione (la proposta è di 2 euro a metro cubo per gli inerti) e visti gli aumenti introdotti negli ultimi 3 anni in particolare da Regioni come Campania ed Abruzzo.

    6. Tra le contestazioni sollevate in questi giorni dal Distretto Lapideo Pugliese vi è quella delle differenze con le altre Regioni italiane secondo cui i terreni adibiti ad attività estrattiva sono da ritenere del demanio mentre in Puglia rimarrebbero dei privati. Come la stessa Legge Regionale Puglia n.37 del 1985 fa notare all’Art.8 (Autorizzazione alla coltivazione) “La coltivazione di cava o torbiera e relative pertinenze è subordinata ad autorizzazione rilasciata dal dirigente dell’Ufficio Minerario Regionale, su parere vincolante del Comitato Tecnico Regionale Attività Estrattive”. E comunque, come sottolineato ormai da tempo dalla dottrina giuridica in merito al settore estrattivo, il bene cava è scindibile in bene fondiario (proprietà terriera) e attività di cava; per sottolineare questo aspetto basta ricordare la recente sentenza del TAR Campania n.214 del 20 gennaio 2010 secondo cui “il contributo connesso con l’esercizio dell’attività di cava previsto dalla L.R. Campania n. 34 del 1985 non è direttamente attinente alla concessione di beni pubblici. Esso infatti è dovuto sia nel caso in cui i suoli su cui esercitare l’attività di cava sono di proprietà pubblica sia nel caso in cui l’attività è esercitata su suoli privati (dove il titolo abilitativo è quindi di natura autorizzato ria e riguarda la sola attività)…”

    7. Quindi una proposta concreta ed in linea con quanto si sta facendo in altre realtà dovrebbe essere quella di introdurre canoni a metro cubo e per tipologia di materiale che sia almeno in media rispetto al contesto nazionale e quindi 1 euro/metro cubo per gli inerti e l’argilla, 1,25 euro/metro cubo per il calcare ed almeno 2,5 euro/metro cubo per le pietre ornamentali. Questo soltanto come passo iniziale che possa garantire anche un efficientamento ed innovazione delle infrastrutture di controllo da parte della Regione, a cui dovrebbe andare il 50% degli oneri ricavati, mentre il restante 50% rimarrebbe al Comune in cui ricade l’attività estrattiva. Successivamente tali canoni dovranno essere gradualmente elevati fino ad arrivare a tariffe simili a quelle proposte in Emilia-Romagna o in Abruzzo dove attualmente si paga per la sabbia 1,42 euro/metro cubo, per la ghiaia 1,13 euro/metro cubo e pietre ornamentali 9,7 euro/metro cubo.

  3. Forse la trasmissione di Report non ha reso giustizia degli sforzi fatti in Puglia per la sostenibilità dell’attività estrattiva. Il Disegno di Legge Regionale “Nuova Disciplina generale in materia di attività estrattive” è partito con la scorsa legislatura regionale e, non avendo concluso l’iter, è stato recentemente ripresentato.

    Mi piace ricordare l’importante convegno “P.R.A.E. E RILANCIO DEL SETTORE ESTRATTIVO PUGLIESE” (link per info) organizzato a Bari il 18 Ottobre 2007 presso la Cittadella della Cultura dall’Ordine dei geologi della Puglia con la SIGEA Sez. Puglia, la Direzione Regionale Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia e gli operatori del settore.

    E’ di oggi la notizia dell’incontro in Regione sul tema della tariffa per l’attività estrattiva in Puglia. Qui il comunicato stampa. Tra le associazioni non era presente la SIGEA Sez. Puglia perchè non invitata. Naturalmente se la regione lo riterrà opportuno, come associazione di protezione ambientale, non faremo mancare il nostro contributo nell’ambito dell’istituendo tavolo tecnico.

    Salvatore Valletta

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