La terra trema, che si fa?


Terremoti, alluvioni, nevicate. Si fa presto a dire prevenzione, ma in Italia è davvero alla portata di tutti? A giudicare dalle aspre polemiche che seguono puntualmente gli avvenimenti naturali catastrofici, che sempre più spesso colpiscono l’Italia e gli italiani, sembrerebbe di no.

Ma è davvero così?

Attenzione, bisogna fare i debiti distinguo tra “prevenzione” e “previsione”. A mio avviso la prima è sempre possibile, la seconda dipende invece molto da che cosa intendiamo prevedere. Le condizioni meteo estreme ad esempio – come quelle legate alle nevicate di questi giorni che stanno tenendo sotto scacco mezza Italia – sono ormai prevedibili con grande confidenza, almeno nelle 48 ore, e dunque le azioni di prevenzione possono essere messe in atto se il sistema di protezione civile funziona. Cosa ben diversa è invece un terremoto, o un’eruzione vulcanica.

Non voglio però qui disquisire sui metodi, efficaci o meno, con i quali è possibile prevedere un terremoto. Vorrei invece soffermarmi su quale tipo di prevenzione un comune cittadino può realizzare, e addirittura quali azioni possa mettere in atto per contribuire attivamente al sistema di protezione civile. Perché non mi stancherò mai di ripeterlo: la protezione civile è anche ognuno di noi.

In tal senso, la prevenzione in questo settore è a mio avviso ormai alla portata di tutti, soprattutto grazie alla sempre maggiore accessibilità ad internet da parte dei cittadini. Senza trascurare tutte le iniziative di informazione e conoscenza riguardo il rischio sismico che in particolare la scuola in genere dovrebbe realizzare, ampiamente sostenute ad esempio dal progetto EDURISK, del quale ha parlato un amico in questo articolo.

Le fonti a nostra disposizione

Il soggetto deputato a livello nazionale su ricerca e diffusione di dati e informazioni riguardo il rischio sismico e vulcanico è l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che mette a disposizione svariati canali grazie ai quali rimanere informati su ciò che accade:

  • Un elenco e una mappa dei terremoti rilevati in tempo reale dalla rete sismica nazionale (link).
  • Un canale Twitter dedicato alla diffusione delle info sugli stessi eventi sismici (@INGVterremoti).
  • La possibilità per chi abbia sentito un terremoto di segnalarlo (link).

L’accessibilità da parte di chiunque di questi dati (peraltro pubblici, nel senso che sono pagati da tutti noi) è infatti il presupposto fondamentale per costruire una prevenzione del rischio sismico seria e basata su informazioni rigorose e scientifiche. Accessibilità che purtroppo era stata messa in pericolo un paio di anni fa dallo stesso presidente dell’INGV Enzo Boschi (qui un articolo sulla questione), in polemica con i media, accusati di travisare i dati diffusi dall’Istituto e fare inutile allarmismo.

Naturalmente il problema non sta certo nel fatto che i dati sui terremoti siano accessibili a tutti – anzi un diritto inalienabile – quanto nell’utilizzo che ne viene fatto.

Gli strumenti misurano, non fanno previsioni

…come ha detto giustamente qualcuno, pertanto il vero nodo della questione risiede nella consapevolezza da parte dei media e dei cittadini di cosa significano i dati (in questo caso dell’INGV) e dei possibili utilizzi (e relative conseguenze) che è possibile farne. Da grandi poteri, derivano grandi responsabilità, cosa quantomai vera per i media mainstream, che entrano nelle case di tutti.

In che modo può quindi un cittadino qualunque usare i dati dell’INGV? Oltre a consultare mappe ed elenchi degli ultimi eventi sismici direttamente su internet, chi possiede uno smartphone Android o un iPhone ha la possibilità di ricevere in tempo reale avvisi direttamente sul telefono, grazie ad apposite app che attingono ai dati ufficiali dell’INGV, eccovi alcuni link: INGVterremoti (iPhone), Terremoto! e Terremoti Italia (Android).

Sono convinto che l’utilizzo sempre maggiore di queste applicazioni, e la navigazione anche solo per curiosità delle mappe dei terremoti INGV, contribuiscano fortemente alla diffusione della consapevolezza sul rischio sismico. La gente infatti, al prossimo terremoto saprà dove andare a cercare informazioni, capirà che un terremoto di uguale magnitudo ha effetti diversi a seconda della profondità dell’ipocentro, o che se si scatena in una zona è meno “risentito” rispetto a un’altra.

Nel futuro c’è il cittadino “sensore”

Una auspicabile sempre maggiore consapevolezza dei fenomeni naturali non può che condurre – almeno me lo aspetto – ad un desiderio altrettanto crescente da parte del cittadino di voler partecipare, dire la propria, contribuire alla stessa conoscenza di ciò che accade. Tutto ciò si chiama “crowdsourcing”,  alla cui base c’è il sano desiderio da parte di ognuno di noi di ricevere gratificazione dagli altri per ciò che si fa. Del resto è il meccanismo che anima il volontariato.

Il sismografo "domestico" di NetQuakesCosa può fare un comune cittadino per contribuire in questo caso alla conoscenza sul rischio sismico, diventando sempre più parte del sistema di protezione civile nazionale? Ad esempio partecipando al citato progetto “Hai sentito il terremoto?”, o magari in un prossimo futuro poter ospitare a casa propria un sismografo, entrando a far parte effettiva della rete sismica nazionale, come già avviene da anni negli USA con il progetto NetQuakes. Volontari si prendono cura di un sismografo, fornito dal Servizio Geologico USA (USGS), garantendone la costante connessione in rete, un pò come facevano una volta gli “osservatori” che custodivano le stazioni di monitoraggio meteo del Servizio Idrografico e Mareografico.

Un’altra occasione nella quale mediante il web e gli smartphone o anche un semplice sms, la gente può contribuire alla causa comune, è quella delle emergenze. Così è stato per il terribile terremoto che nel gennaio 2010 ha colpito Haiti. Grazie a una piattaforma basata su web chiamata Ushahidi gli haitiani, le ONG, i volontari hanno potuto coordinare meglio le attività di soccorso mappando (link) in tempo reale con proprie segnalazioni danni, situazioni di emergenza locali, strutture sanitarie e ogni altro elemento utile. Uno strumento che sarebbe stato di grande aiuto anche dopo il terremoto che ha colpito L’Aquila un anno prima.

Con Crowdmap è possibile mettere su in pochissimo tempo – anche per chi ha poca dimestichezza con gli strumenti web – un sito (chiamato deployment) per segnalare situazioni “a tema” di ogni genere, dall’emergenza rifiuti agli incendiQui e qui potete trovare altre esperienze italiane.

Allora, vi sentite pronti a fare la vostra parte?

 

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