La mappa che cambiò il mondo


Per un geologo, la Geografia è la base imprescindibile sulla quale costruire la propria conoscenza per tutti i propri studi, e la ritrova in tutte le discipline. Non si può studiare la petrografia, la mineralogia, senza conoscere il perchè del modellamento della superficie terrestre. Non si può comprendere la teoria della tettonica delle placche senza aver compreso perchè le catene montuose abbiano quella specifica e peculiare forma e dislocazione.

Geografia è stato il mio primo esame all’università. Mai intenso come i successivi. Mi sono chiuso in casa un mese intero per fare miei i concetti che Elvidio Lupia Palmieri aveva racchiuso nel suo “Il globo terrestre e la sua evoluzione”. E’ stato un vero e proprio viaggio, paragonabile a quelli fatti leggendo nell’adolescenza Bruce Chatwin, da Uluru alla Patagonia. Un viaggio che ho vissuto anche nella vita dello stoico William Smith, il padre della Geologia inglese, ne “La mappa che cambiò il mondo“.

E’ un viaggio che vorrei i miei figli potessero compiere come me. Ma è un viaggio che deve pur cominciare da qualche parte. A quanto pare non comincerà più dalla scuola italiana.

Insegnando Scienze alle superiori, ho al tempo stesso il privilegio e l’angoscia di raccogliere le giovani menti dei ragazzi del primo anno, che vengono fuori dalla disastrosa scuola media (come la chiamavamo noi) italiana, certamente il segmento peggiore perchè quello che ha più bisogno di essere riformato.

Il primo anno delle superiori è quello delle Scienze della Terra, una materia che vive di geografia. I ragazzi in verità sanno cos’è una mappa, proprio grazie al vituperato navigatore GPS che tutti i loro genitori possiedono nelle auto, o nel loro stesso cellulare di ultima generazione. Ma quando chiedo loro di indicarmi dove abitano, dove si trovano i loro paesi di provenienza, la confusione li attanaglia, le loro braccia si stendono a casaccio per ogni dove.

Il giorno dopo, lezione al computer con Google Maps e Google Earth. Le loro angosce si placano, vanno alla ricerca e riconoscono casa loro, la loro scuola, e senza che io li guidi particolarmente. Ci riescono da soli. Si sanno orientare dall’alto, tutto sommato. E nei loro occhi leggi l’entusiasmo, la meraviglia di avere il mondo alla loro portata, tra le loro mani. Capiscono che la geografia è dentro di loro, devono solo tirarla fuori. Devono diventarne consapevoli.

E’ spontaneo poi per me, creare ponti con la collega di Italiano, che insegna la cosiddetta Geografia politica. E nascono idee, progetti, lezioni a due, che spontaneamente evolvono verso l’esplorazione consapevole non di mondi lontani, ma delle stesse città nelle quali vivono i ragazzi. Parte dai dintorni della scuola, e i ragazzi imparano non a guardare, ma osservare ciò che hanno intorno… E dopo qualche mese, davanti a me ho dei piccoli geografi in erba, che per lo meno ora sanno stendere sicuri il loro braccio verso casa loro. Ovunque si trovino…

Detto questo, vi invito fortemente a far sentire la vostra voce, sottoscrivendo l’appello in difesa dell’insegnamento della Geografia nelle scuole italiane, per tentare di convincere questo Governo che sta commettendo un gravissimo errore.

L’appello è nell’ambito di un’iniziativa coordinata da alcuni dei geoblog italiani:

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